La caparra non è riducibile quando diventa penale
Insieme all’avv. Paolo Foschini di Bologna parliamo di un’importante ordinanza della Corte di Cassazione, la numero 8217 del 2026, riguardante la natura della caparra confirmatoria e la sua irriducibilità.
La vicenda nasce dalla stipula di un contratto preliminare di compravendita tra due società, per il quale era stata versata una caparra confirmatoria di 400.000 euro a fronte di un prezzo totale stabilito in 415.000 euro. Scaduto il termine essenziale per il rogito senza che questo venisse stipulato, i promissari acquirenti hanno citato in giudizio i promittenti venditori per ottenere la restituzione del doppio della caparra, ovvero 800.000 euro. I venditori si sono opposti sostenendo, in via subordinata, che una tale somma, avendo assunto nei fatti la funzione di una clausola penale, fosse manifestamente eccessiva e dovesse pertanto essere ridotta dal giudice.
Dopo che sia il Tribunale che la Corte d’Appello hanno dato piena ragione ai promissari acquirenti, il caso è giunto in Cassazione. La Suprema Corte ha chiarito in modo netto che caparra confirmatoria e clausola penale sono due istituti distinti. La caparra nasce con una funzione di garanzia dell’adempimento ed è il frutto di una libera trattativa tra le parti, esponendo potenzialmente entrambe al medesimo rischio in caso di inadempimento. La clausola penale, invece, è regolata da una disciplina normativa specifica (lex specialis) non applicabile in via analogica e, spesso, interviene in contesti in cui vi è una sproporzione di forza contrattuale.
Per queste ragioni, la Cassazione ha stabilito che la caparra confirmatoria, anche quando funge da risarcimento in seguito all’esercizio del diritto di recesso, non è assimilabile a una penale e, di conseguenza, non è soggetta alla riduzione da parte del giudice, confermando la condanna al pagamento dell’intero importo.